Da Berlinguer a Rifondazione, storia di una militante. Di Marica Cinque.

Pubblichiamo un bellissimo ed appasionato contributo della nostra Compagna Marica Cinque.


LA MORTE DI BERLINGUER- LA DISTRUZIONE DEL PCI – LA NASCITA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA


In questi giorni i social sono invasi da foto e ricordi dell’immatura e tragica morte di Enrico Berlinguer, voglio sperare che chi pubblica questi ricordi non faccia solo manieristico esercizio di memoria e contemporaneamente desidero rinfrescare un poco la memoria a coloro che in quegli anni erano i “miei compagni di lotta” e che divennero poi invece i miei più feroci detrattori.

Sono arrivata tardi alla militanza politica, e quando dico tardi intendo che ci sono arrivata al mio primo anno di università, attraverso le assemblee studentesche che si svolgevano con e occupazioni della facoltà di lettere. Ho però accelerato i tempi rendendomi disponibile da subito ad una militanza giornaliera sul territorio, alla diffusione domenicale de L’Unità, ai volantinaggi nelle fabbriche genovesi, ai presidi davanti alle scuole o agli ospedali e via militando… La scuola di partito mi ha insegnato la disponibilità ma mi ha anche e soprattutto arricchita del proficuo dialogo interno che ha allargato la mia capacità di osservare e valutare la realtà attraverso gli occhi e la riflessione degli altri.

Ero giovane e quindi anche molto “immediata” nel trarre conclusioni, spesso affrettate, spesso frutto dell’emotività e il PCI mi ha insegnato a riflettere, a controllare gli impeti, a fermarmi ed a pensare.

In sezione le riunioni erano fissate sempre al giovedì sera e ricordo i compagni “anziani” che in maniera neanche troppo celata sondavano per capire se avessimo letto articoli del nostro giornale, per sapere quanto eravamo “veramente militanti”.

La Federazione genovese del PCI si era strutturata in Zone cittadine che raccoglievano diversi quartieri, ogni zona aveva i propri funzionari che organizzavano il lavoro sul territorio, Io abitavo nel quartiere di Albaro e quindi la mia zona era quella del Levante.

Nella mia sezione la “Bianchini- Sottini” c’era un’ampia sala, un bagno ed un piccolo ufficio dotato di telefono, non possedevamo altri macchinari quindi quando c’era da stampare qualche volantino, e accadeva ogni settimana, si doveva andare in zona dove ci aspettava uno splendido ciclostile di quelli con la matrice e l’inchiostro nei tubetti. Ogni stampa di materiale era un danno indelebile per l’abbigliamento ed un ricordo periodico per le unghie delle mani che restavano macchiate di nero per alcuni giorni.

Fare attività politica comunista in Albaro, una delle zone bene della città, non era certo acile come farla nei quartieri popolari, ma era uno sprone forte che ci aiutava a scoprire quanti e quali compagni si potessero scoprire in realtà come la nostra, quante e quali sacche di disagio esistessero e come venissero ben mimetizzate tra “i ricchi”.

Nel 1982 sono diventata consigliere nella Circoscrizione di Albaro, insieme ad altri due cari compagni. Allora le chiamavamo ancora Circoscrizioni e la nostra era composta da 8 DC, 2 PSI, 3PLI, 2PRI, 1PSDI, 3PCI e 2 MSI.

Potete immaginare le discussioni e la fatica di essere sempre minoranza, ma eravamo una minoranza determinata e produttiva. In quanto donna e in quanto opposizione fui nominata responsabile della Commissione Sanità e con una realtà ospedaliera come quella del S.Martino il lavoro non venne certo a mancare. In quegli anni intanto erano state vinte battaglie civili importanti come quella del divorzio e della Legge 194 che già avevano subito attentati referendari.

La mia vita era quindi assorbita dal matrimonio e dall’attività politica.

Avevo imparato a distinguere il privato dal pubblico, non parlavo quasi mai di me, dei miei problemi, dei miei disagi, quello che contava era la causa comune, non esistevo l’io esisteva solo il noi.

La morte di Berlinguer fu uno strazio che ci portiamo dietro ancora oggi, in primo luogo per la perdita di un uomo di quella statura politica e morale e in secondo luogo per il tradimento che venne fatto in seguito alla sua morte a quei valori e quegli ideali che avevano fatto nascere ed espandersi il PCI.

Nel 1985 fui chiamata a lavorare alla Federazione genovese per il periodo della campagna elettorale e lì iniziai ad osservare da vicino i nostri dirigenti locali. La maggioranza era composta da una generazione di 35enni, ed era palpabile il desiderio, peraltro lecito, di avvicendarsi alla classe politica che li stava precedendo, ma osservandoli bene mi accorsi come alcuni di loro tendevano alla mera affermazione di sé, alla realizzazione personale. Alcuni sono riusciti a raggiungere i propri intenti chi come consigliere comunale, provinciale, regionale, chi addirittura come parlamentare. La struttura del partito però ancora reggeva e questi eletti dovevano contribuire economicamente e concertare la propria linea istituzionale con il partito stesso.

In federazione esistevano varie commissioni di lavoro che abbracciavano le più ampie tematiche: dagli enti locali, al lavoro, al lavoro ed economia, alla portualità, alla cultura, alla questione femminile, all’elettorale e in queste commissioni erano coinvolti tutti i rappresentanti delle sezioni territoriali e di lavoro per far sì che la politica avesse un’origine che partisse dal territorio per arrivare alle istituzioni.

Certo allora c’era il “centralismo democratico” ma questo centralismo era appunto il frutto del fattivo e quotidiano lavoro “casa per casa, porta per porta…”

La scomparsa di Berlinguer è stata come un terremoto devastante all’interno di un palazzo che credevamo antisismico.

Per chi come me era abituata ad un codice comportamentale rigoroso, i primi indizi dello sfascio nacquero nel leggere interviste a vari dirigenti nazionali e locali che si contrapponevano gli uni agli altri. Mentre un tempo esisteva “ufficialmente” una dichiarazione politica, invece iniziarono ad apparire dichiarazioni singole e soggettive che mettevano in luce la persona, non l’idea, non il progetto ed il malessere iniziò a diffondersi tra le sezioni, anche se si limitava a litigate tra compagni di base, era comunque l’espressione dell’inizio di una frattura che poi divenne devastante.

Nel 1986 andai a lavorare all’Istituto Gramsci Ligure, che era il più grande ed attivo ente culturale della città. Nei settimanali convegni che venivano organizzati le tematiche erano profonde e molteplici si spaziava dalla storia, alla filosofia, alla presentazione di libri, alla politica, alle arti visive, al teatro, alla amministrazione locale, alla integrazione sociale, alla salvaguardia di usi e costumi… i relatori erano tra i migliori esponenti della cultura nazionale e i soci dell’istituto erano una ricchezza per la costruzione del pensiero delle nuove generazioni. Ogni iniziativa era sempre affollatissima e vivacemente arricchita attraverso interventi opportuni e mai scontati.

Le Feste de L’Unità era il momento del finanziamento del partito ma erano ancora occasione di dibattiti politici, spesso aspri con gli avversari, sul concetto di società che andavamo a costruire nell’intento di non lasciare mai nessuno indietro.

E anche in quelle feste si è iniziato a vedere come stava cambiando il partito. Moltissimi militanti di base usavano le proprie ferie per essere al lavoro negli stand: chi cuoco, chi pizzaiolo, chi barista, chi pasticciere, chi produttore di farinata o di friscieu, chi specializzato in lumache, chi in funghi, chi in pesci, chi cameriere, chi magazziniere, chi allestitore di mostre, chi amministratore, chi addetto al montaggio e smontaggio degli stand, chi all’organizzazione dei dibattiti, chi alla stampa e propaganda, chi all’ingresso alla raccolta di fondi, chi alle tombole o ai giochi a premi, chi… e tutto questo per 10 giorni, senza fiato, senza soluzione di continuità. E in questo formicaio umano si iniziavano a vedere girare funzionari con plichi di giornali sotto il braccio che accompagnavano dirigenti nazionali a visitare la “loro” festa, nella quale non avevano mai neanche perso una goccia di sudore… Un compagno molto ironicamente iniziò ad esprimere un veritiero concetto “in questo partito ormai ci sono “le menti” e “le mentine”.

Io non mi sono mai sentita “una mente” ma non volevo essere considerata “una mentina”.

Da chi poi? Da persone che erano arrivate al partito negli ultimi anni, sconosciuti che avevano avviato le proprie carriere perché amici degli amici degli amici, senza retroterra, senza la conoscenza adeguata della struttura e di quelle regole interne che avevano fatto funzionare quella grande forza politica.

Gli eletti negli enti locali e nazionali ormai non contribuivano più, se non modestamente, al finanziamento del partito e quel che più amareggia è che ormai non si confrontavano più con la linea politica, tesi sempre al proprio avanzamento di carriera, alla realizzazione del proprio ego.

Ma investire delle colpe i nuovi arrivati non è onesto perché questi hanno potuto agire così perché la dirigenza politica lo ha permesso loro, forse pensando di poter accedere in fasce della società che non era tradizionalmente comuniste, ma sostanzialmente per irrobustire, per marmorizzare il proprio peso politico e scalzare definitivamente quella che consideravano “la vecchia guardia”.

E arriviamo alla Bolognina, a quel novembre del 1989 che segnò l’inizio della fine.

Il dibattito interno alle sezioni fu asperrimo, e mai come in quel periodo presenziarono alle riunioni funzionari politici di zona o di federazione. Tastavano il terreno, ascoltavano il dibattito e rilevavano i contrasti o le obiezioni per poter poi essere pronti a rintuzzarle.

All’improvviso mi sono trovata persa, all’improvvisa ho visto i muri sgretolarsi, l’unità spezzarsi, gli ideali abbandonati, respinti, umiliati, traditi.

Chi come me che non accettava la nuova linea era diventato un traditore, compagni con i quali avevo militato per decine di anni hanno smesso di salutarmi o si rivolgevano a me con fare supponente ed aggressivo.

Per me erano invece loro che stavano tradendo e da subito mi sono schierata con la mozione del NO e nel congresso provinciale e in quello nazionale del febbraio del 1991 ho votato contro il “nuovo che avanza”.

Nel frattempo, con altri compagni abbiamo iniziato a girare nelle sezioni del nuovo PDS per incontrare altri compagni con i quali ragionare su di una nuova forza politica, allora raccoglievamo fondi per il quotidiano “essere comunisti”, ma pensavamo veramente alla costruzione di un nuovo partito.

Intanto andavano avanti anche i colloqui con l’area di Democrazia Proletaria che mise a disposizione la propria sede in via Ponte Reale, 2.

E piano piano, poco per volta, con una fatica ed un entusiasmo esagerati nasce Rifondazione Comunista.

Nel febbraio del 1992 mi sono dimessa dal Gramsci per andare a lavorare nella nuova Federazione. La segretaria provinciale era un dipendente statale che, terminato il proprio lavoro alle 14, arrivava subito, con un panino, in federazione ed insieme si “imbastiva” il lavoro politico.

I compagni di allora Emma, Marco, Sandra, Piombo, Franco, Giorgio, Gigi, Piero, Gianni, Daniele, Massimiliano, Maria, Stefano, Gabriella, Adriano, Maria Pia, Sandro, Pino e tanti altri ancora sono stati l’asse portante dell’immenso lavoro svolto sul territorio, dalla ricerca di nuovi locali per aprire “Circoli” in ogni zona della città, alla raccolta di fondi per attrezzarli di strutture come telefoni, fax, pc in modo da essere sempre collegati e fattivi. Le mie giornate iniziavano alle 8 del mattino per terminare anche alla mezzanotte in qualche circolo nella periferia.

Rifondazione ha continuato nella scia del Pci, mantenendo vivi quei valori che ci avevano trasmesso i nostri padri partigiani, si è reinserita nei luoghi di lavoro dove il malessere era cresciuto in parte per la globalizzazione ma fondamentalmente per l’assenza di una sinistra che si occupasse veramente dei bisogni reali delle persone. E abbiamo costruito tutto questo con un avversario temibile che ci ha messo sempre i più grossi bastoni fra le ruote: il PDS prima ed il PD dopo.

Da allora purtroppo altre scissioni la prima con il PCI di Rizzo e poi le varie altre che hanno indebolito la tutela degli italiani per ingigantire gli ego dei singoli.

Non sto scrivendo questo come autobiografia bensì per ricordare a chi, dal PD alla stampa, continua a parlare di una sinistra rappresentata solo dal PD o in alternativa dai centri sociali, la logica è sempre stata quella di ignorare l’esistenza di Rifondazione, perché riconoscerla era ammettere la propria sconfitta, ma Rifondazione c’è è viva, vitale, è nei luoghi di lavoro e tra coloro che il lavoro non ce l’hanno, è con i profughi nelle Case del Popolo, per aiutarli a imparare la nostra lingua, per integrarli in una società che li ferisce quotidianamente, per farli sentire “ a casa” loro che una casa non ce l’hanno più.

Rifondazione c’è nelle critiche che porta alle giunte comunali e regionali, nella vicinanza a coloro che hanno perso familiari o la casa con il crollo del ponte Morandi.

Rifondazione c’è nella tutela dei diritti delle donne, nella salvaguardia della loro incolumità da una società così misogina che vuole farle ritornare oggetti e non persone.

E allora italiani sveglia, non so voi, ma io mi sono accorta che il fascismo è alle porte!!!

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